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Uno stabiese poco conosciuto: Bartolomeo de Rogatis

La prima Cappella a destra entrando nella Cattedrale di Castellammare di Stabia, dedicata a san Nicola fu fondata nel lontano 1268 dalla famiglia de Rogatis, donata poi, nel febbraio del 1808, dai de Rogatis al generale del Gran Mogol Catello Filose. Ma chi erano i de Rogatis? Questa famiglia, originaria di Padova, giunse a Castellammare a seguito della persecuzione di Ezzellino III da Romano (1194-1259), vicario imperiale e genero di Federico II di Svevia. La famiglia all’epoca era composta da Giovanni, dalla moglie Camilla de Camposampiero e dai figli Nicola, Leone e Luigi. Si stabilirono nei pressi del luogo detto Domus Sana (Quisisana), precisamente dove poi successivamente fu eretta la chiesa di S.Maria della Sanità . Nicola compare tra gli stabiesi che presero parte alla famosa e decisiva battaglia di Benevento tra Svevi ed Angioini per la conquista del Regno di Napoli. A seguito della battaglia ci fu il saccheggio di Benevento che non escluse le chiese, Nicola, insieme con i suoi uomini razziarono la Basilica di Santa Sofia impadronendosi della reliquia di S. Paola Romana. Questo saccheggio pesò non poco sulla coscienza del padre Giovanni, divenuto consigliere regio, tanto da donare, con atto notarile, al Monastero di Santa Sofia di Benevento, delle reliquie portate con sé da Padova e trecentocinque once d’oro per i danni arrecati alla chiesa. Nel contempo obbligò il figlio di erigere nella Cattedrale stabiese una cappella in onore di San Nicola. Il primo Bartolomeo di cui si ha notizia è un notaio che nel 1471 compilò l’atto nel quale la “Città” donava ai religiosi del Carmine un locale dove “diceasi l’acqua rossa; ed ivi fondarono il Convento ed una Chiesa sotto il titolo di S.Niccola”. Nel 1596 nasce Bartolomeo de Rogatis, da lì a pochi anni sarebbero giunti a Castellammare i Gesuiti e costruito il Collegio dei padri della Compagnia di Gesù dal titolo di Santa Maria del Soccorso e l’attigua chiesa del Gesù. Questo per merito del Comune, del Vescovo e del privato Pier Giovanni Nocera. In questa chiesa era custodita una famosa reliquia del cranio di San Catello che i Gesuiti portarono via alla loro dipartita. Proprio in occasione di una festività del santo patrono il 19 gennaio 1613 Bartolomeo de Rogatis, diciassettenne entra nella Compagnia di Gesù. Si fece ben presto notare per il suo attaccamento allo studio dei classici, iniziando anche a comporre versi in latino, distinguendosi altresì in filosofia e teologia. Ben presto iniziò a insegnare; per quattro anni “Umanità” (ginnasio), poi “Retorica” (liceo). Iniziò ad esser stimato dai confratelli e dai discepoli tanto da esser nominato rettore del Convitto nel quale anni prima era entrato da chierico. I suoi studi come latinista e storico furono apprezzati non solo in Italia ma anche all’estero.
Queste le sue opere:
Elagiarum libri III
Oratio in funere cardinalisoncompagni erchiepiscopi Neapolitani
Storia della perdita e riacquisto della Spagna occupata dai Mori.
Quest’ultima opera fu pubblicata a Venezia nel 1650, tra le tante successive edizioni, la maggior parte postume ci furono quelle napoletane e bolognesi. Nell’Italia del Seicento la Spagna riscuoteva favori non tanto nella politica (dal 1503 Signori di Napoli e della Sicilia, avevano riempito le cronache nere del 1647-48 con la sanguinosa repressione della rivolta di Masaniello) quanto nella letteratura, nella musica e nel teatro. Nel 1656 scoppiava nel Regno di Napoli una terribile pestilenza, Castellammare, che in altre epoche era rimasta quasi immune, in questo frangente pagò un considerevole tributo, quasi un terzo della popolazione morì. Mentre c’era chi cercava la fuga e chi si arroccava in casa, Bartolomeo non riusciva a stare chiuso fra le quattro mure del Convitto. Chiese il permesso di uscire e poter soccorrere gli ammalati. Il 1° agosto 1656 mentre si recava al capezzale di un sofferente fu colpito anch’egli dalla terribile malattia. Moriva fra il compianto unanime di tutti gli stabiesi che perdevano non solo uno storico famoso, un latinista, ma soprattutto un uomo di carità. Dopo l’espulsione dei Gesuiti da Castellammare come dal regno di Napoli a poco a poco venne ad affievolirsi, quasi a scomparire anche la sua memoria. Oggi restano le sue opere ed un brevissimo cenno sulla Storia della letteratura italiana del Tiraboschi. Sindaco stabiese in quegli anni (1657-59) era il “magnifico Francesco de Rogatis”. Vi fu anni dopo un altro gesuita da ricordare, Padre Tommaso de Rogatis che nel 1708 scrisse del primo e fondamentale studio sul Santuario di Pozzano: “Memorie gloriose de’ Padri Minimi in Castellammare di Stabia e della medesima Città”.